Guai a lasciare spazio a chi non dovrebbe occuparlo

Una nota legge della fisica asserisce, e le prove sono tante, che il gas si espande occupando tutto lo spazio che gli viene lasciato disponibile. La “colpa” non è del gas, ma di chi gli ha offerto spazio per espandersi.
Lo stesso è avvenuto in Italia nei confronti della magistratura. Se negli ultimi venticinque anni è stata lei, di fatto, a dettare l’agenda politica lo si deve allo spazio che la politica, per opportunismo o per inefficienza, le ha concesso e che lei, come un gas, ha occupato malgrado la conclamata separazione tra potere esecutivo, potere legislativo e potere giudiziario, solo teoricamente indipendenti l’uno dall’altro.
Ma c’è una seconda legge della fisica che occorre ricordare, quella della impossibilità, una volta che un gas si è espanso occupando tutto lo spazio disponibile, che lo stesso gas, di sua spontanea volontà, si ritiri tornando ad occupare lo spazio precedente alla sua espansione.
E lo stesso è avvenuto con certa magistratura: una volta che le è stato assicurato il potere che la Costituzione non le assegna, scordiamoci che nella sua interezza possa fare marcia indietro. Certo, ci sono e ci saranno sempre magistrati che, per nobile convincimento personale della propria missione, quello spazio non lo hanno o non lo vorranno occupare, ma chi si è, con tetragona determinazione, autoconvinto che è suo dovere morale occuparlo, magari per raddrizzare le gambe a certa politica, allora non meravigliamoci se, al momento giusto, entra a gamba tesa azzoppando, o tentando di farlo, il politico di turno. E’ quello che è successo molte volte e che abbiamo soprannominato giustizia ad orologeria.
Servirebbe un grande patto fra tutte le forze politiche che, riformando la giustizia, riporti il gas-magistratura, come un pistone nella camera a scoppio, nel suo lecito ambiente. Ma chi avrà mai la forza di farlo se c’è sempre qualcuno che, per sete di potere, ad essa si rivolge per farsi aiutare?
Per chi se ne fosse dimenticato, l’8 e il 9 novembre di trentadue anni fa si svolse un referendum, promosso dal Partito Radicale, da quello socialista e dai liberali, a seguito del caso Tortora. Venne chiesto agli italiani se era giusto attribuire responsabilità civile ai magistrati per gli errori eventualmente commessi nell’esercizio della loro funzione. L’80,2% degli italiani votanti (con un quorum del 65,1%) rispose di sì. Non se ne fece nulla.

Abbiamo tutti l’ingenua convinzione di essere in una democrazia parlamentare basata su tre poteri indipendenti ma ben separati. Il potere legislativo spetta al Parlamento che fa le leggi, il potere esecutivo spetta al Governo, che può proporle, può farle se delegato (leggi delega/decreti legislativi che il Parlamento deve comunque approvare), ma che in ogni caso ha il compito di farle applicare. Il potere giudiziario spetta invece alla magistratura che ha il dovere di risolvere controversie di natura civile, penale o amministrativa applicando le leggi, non di farle.
Se questo delicato equilibrio si rompe, comunque si rompa, non siamo più in democrazia ma scivoliamo in forme più o meno ambigue, più o meno mascherate, di dittatura.
Se uno dei tre poteri non svolge adeguatamente la sua missione, indebolisce uno degli altri. Così se il governo, con arroganza, si riserva il diritto di fare lui le leggi impedendo, a colpi di fiducia, di farlo fare al Parlamento, di fatto ne occupa il posto. Se invece il Parlamento, non avendo saputo fare una certa legge dà modo ad un giudice di sentenziare su un argomento (sentenze che fanno giurisprudenza, ma che diventano esse stesse leggi) di fatto gli fornisce lo spunto per farla lui la legge. Se poi la Magistratura, per eliminare un politico, diventa “giustizialista” e lo perseguita giuridicamente con accanimento fino a farlo cadere (quanti esempi da venticinque anni fino ai giorni nostri) occupa uno spazio che non le dovrebbe competere. Giolitti diceva che “la legge si interpreta per gli amici e si applica ai nemici”. Ma non dimentichiamo che il politico che invoca l’onestà e poi viene sorpreso con le dita nella marmellata non può, colto in fallo, gridare al complotto. I cartelli “vergogna” e la sceneggiata con i gesti delle manette di queste ore ne sono lampante testimonianza. E’ imbarazzante dopo anni di “vaffa” accorgersi che il gesto delle manette è un “eccesso”. E’ ancora più imbarazzante che a farlo sia un senatore della Repubblica.
Se, poi, ai tre poteri ne aggiungiamo un quarto, non previsto dalla Costituzione, parliamo della burocrazia, il quadro diventa completo e spiega tantissime cose giustificando l’immobilismo che permea tutta la nostra società.

Ma c’è un quinto gas pronto ad espandersi quando chi ha la responsabilità di decidere non sa, o non vuole, o non può, decidere. Ed è un gas pericoloso perché incontrollabilmente velenoso. Parliamo del popolo.
La storia ci insegna che se te ne lavi le mani, perché hai paura della tua decisione e affidi la scelta al popolo le cose non vanno poi tanto bene. Ponzio Pilato se ne volle lavare le mani e fece decidere al popolo che scelse Barabba. Il termine “tribunale del popolo” è tristemente famoso. Gli imperatori romani, al Colosseo, al popolo facevano scegliere se il gladiatore dovesse o no morire.

Oggi ci sono sistemi più evoluti del pollice verso. C’è la rete, c’è quella che chiamano “democrazia diretta”. Finchè si tratta del televoto per scegliere chi deve vincere a Sanremo la cosa può passare. Sono solo canzonette. Ma se si deve decidere su argomenti per cui occorre conoscenza e competenza per non prendere cantonate, allora è tutto un altro discorso. Perchè non è vero che “uno è uguale a uno”. Quando te ne accorgi, dopo averlo predicato per anni, allora è troppo tardi: i buoi sono scappati, il gas dell’ignoranza ti ha intossicato. Oggi il politico che non ha il coraggio di decidere lancia un televoto con il suo blog e poi ha pure il coraggio di affermare “il nostro è un voto consapevole e in coscienza” obbedendo al blog, lui si burattino di se stesso. La chiamano democrazia diretta. E’ dittatura del popolo. A meno che si fa finta che sia il popolo a scegliere secondo un copione già scritto. Allora è dittatura tout court.

Salvatore Indelicato

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