In fiamme una chiesa, in fiamme le nostre radici

Ci vuole una tragedia, come l’incendio di Notre Dame del 15 aprile scorso, per riscoprire ciò che la quotidianità della vita tende a farci dimenticare. Ci vuole una tragedia per farci anzitutto riconoscere la nostra fragilità, resa ancor più evidente dall’orgogliosa sicurezza che le nostre abilità tecnologiche ci trasmettono e che svaniscono nell’impotenza davanti all’imprevisto. Bastano pochi minuti, che siano scaturiti da un errore umano o da un sussulto della natura, e qualcosa può scomparire. Avviene per la vita di un giovane strafatto di droga che va a sbattere su un albero, per un cortocircuito che manda in fumo le travi di quercia che da secoli sorreggevano il tetto di una chiesa, per l’imprevista improvvisa scossa di terremoto che rade al suolo un paese trascinando con se le vite che custodiva.
Ce ne rendiamo conto, in maniera particolare, quando l’evento avviene nei confronti di qualcosa che è simbolicamente rilevante. E Notre Dame lo è, essendo il simbolo di Parigi custodendo 956 anni di storia, civile e religiosa, di quella città. La prima pietra vi venne posata alla presenza di papa Alessandro nell’aprile del 1163, proprio nello stesso mese di 956 anni fa.
Ma c’è di più e di più profondo. C’è la riscoperta che quella cattedrale, indipendentemente dall’essere chiesa, simboleggia le radici della storia francese, quelle radici che tendiamo a dimenticare e spesso a recidere e che riscopriamo nel momento in cui chi le rappresenta va in fumo. Perché in quel fumo c’è la storia francese, c’è il lavoro di chi l’ha costruita, c’è la vita di chi vi è passato, da Napoleone che vi fu incoronato ai genitori che vi hanno fatto battezzare il figlio, dal fedele che si è inginocchiato a pregare ai rivoluzionari che la devastarono distruggendo tutte le statue della facciata e trasformandola nel Tempio della Ragione (1793). In quel fumo c’è l’anima a chi ha contribuito con il suo ingegno ad abbellirla, penso a Violet-le-Duc che la restaurò nel XIX secolo dotandola di quella sottile guglia, la flèche, che avvolta nelle fiamme si è piegata ed è crollata segnando il momento più drammatico di quell’incendio.

Sono tanti gli spunti di riflessione che quel tragico evento ci ha trasmesso.
Anzitutto il momento in cui è avvenuto, l’inizio della Settimana Santa, quasi un presagio della passione di Cristo resa ancor più evidente dall’immagine che la televisione ci ha mostrato, ripresa dall’alto con la navata e le braccia del transetto che, in forma di croce, ardevano, rosse nel buio della notte.
Settimana Santa che si è conclusa con la Pasqua insanguinata degli oltre 350 martiri nello Sri Lanka, colpiti dai fondamentalisti islamici (o bisogna dire, per essere politicamente corretti, “attentato a sfondo religioso”) per consumare la vendetta dell’attentato alla moschea in Nuova Zelanda.
In secondo luogo c’è la riscoperta del valore dei simboli, più forte del legno bruciato. Non bruciava soltanto una bellissima chiesa con il suo inestimabile tesoro artistico, bruciavano i valori di una civiltà millenaria, la nostra civiltà cristiana basata sull’amore per il suo creatore e sulla persona umana, civiltà che proprio il laicismo, francese e non solo, ha voluto estirpare impedendo all’Europa tutta di riconoscersi in quella cristiana rimuovendone il riferimento dalla Costituzione europea e, così facendo, non riconoscendo la storia d’Europa. Laicismo che, proprio in Francia ha rimosso presepi, statue della Madonna e croci dai gonfaloni ordinando di far tacere le campane perché simboli religiosi.

Ma c’è stato anche, a sorpresa, un aspetto positivo. Una commovente risposta al freddo laicismo, l’ha data quella folla di uomini e donne accorsi spontaneamente sulla sponda opposta della Senna. In ginocchio, gli occhi alle fiamme che si levavano alte, cantavano intonando l’Ave Maria, innalzavano preghiere a Santa Geneviève, la patrona di Parigi, e piangevano e mentre le campane delle chiese vicine, lugubramente, suonavano, pregando e piangendo anche loro. Le lacrime non spengono gli incendi ma, con la preghiera, danno la forza per ricostruire.
Quella scena, imprevista con l’incendio, è stata il segnale, il fuoco sotto la cenere dell’indifferenza che tornava a riscaldare l’anima di un popolo che si riteneva avesse dimenticato le sue radici più autentiche. Quelle radici che nove secoli prima portarono ad elevare verso il cielo, aspirazione verso il divino come solo l’architettura gotica ha saputo rappresentare, una cattedrale costruita da uomini che, nel farlo, uniti uno all’altro, si sentirono, erano, popolo con anima cristiana.

Ricostruire Notre Dame non è difficile. Abbiamo materiali e mezzi tecnici che permetteranno di ricostruirla “uguale a prima”, come si suol dire. Si pensi solo alle migliaia di foto che ne hanno immortalato (che strano verbo…) ogni dettaglio. Ma per riedificarla “uguale a prima” occorre che l’anima del popolo che lo farà sia la stessa di chi la edificò novecento anni fa. C’è oggi quel popolo? C’è quell’anima? Una chiesa è fatta per pregare. Se manca quello ricostruiremo un monumento buono solo a incassare i soldi di chi viene a vederlo.
Perché sia chiesa bisognerà partire dalla straordinaria immagine della croce dorata che si erge integra sull’altare, al di sopra della Deposizione, e sovrastante l’ammasso delle travi di antiche querce che anonimi artigiani trasformarono nel tetto di una cattedrale e che, bruciate, indicano che nulla su questa terra è fatto per durare per sempre, mentre quella, la Croce, rappresenta Qualcuno che risorge, giorno dopo giorno. Quella è la strada perché Notre Dame ritorni quella che è stata per novecento anni.

E invece, quasi come un controcanto agli improvvisati fedeli al di là della Senna, ecco i desolanti commenti che si sono sentiti. E non parliamo degli ovvi festeggiamenti dei nemici dei cristiani, ma degli stessi francesi, quelli con indosso i gialli gilet che nel distruggere la propria patria protestavano contro il miliardo di euro raccolto in ventiquattro ore da parte di mecenati pronti a sostenere la ricostruzione di una chiesa, simbolo di una civiltà in cui non si riconosce più.
Sono coloro che, indifferenti verso le radici comuni, non si interrogano sulle chiese profanate o date alle fiamme. Tante lo sono state nei mesi scorsi, senza che qualcuno se ne preoccupasse. Ma ogni chiesa in fiamme, anche la più piccola, è un pezzo della nostra storia, la nostra casa comune come la sentiva il popolo che l’ha eretta, che si chiude per sempre. Come avviene per le tante che da tempo vengono chiuse e vendute per pochi euro, per diventare supermercati o moschee.

Servono radici per far germogliare la mente e il cuore degli uomini. Ecco perché è consolante quella croce, immacolata sopra le macerie, ecco perché dà sollievo, in un paese secolarizzato, vedere giovani e anziani che, assieme, pregavano davanti alle fiamme, loro sì radici riemerse di una civiltà che non è finita come si vorrebbe che fosse.

Salvatore Indelicato

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