Dal caos istituzionale al governo gialloverde

Governo del cambiamento doveva essere e governo del cambiamento alla fine è stato. E non solo per la unicità scaturita dall'alleanza di governo dei partiti anti-sistema, cosiddetti populisti, che ci ha portato ad essere laboratorio politico per l’Europa che verrà, ma per la rocambolesca sequenza di avvenimenti che ha caratterizzato i quasi novanta giorni necessari per arrivare ad avere il Governo, la crisi più pazza del mondo. Sequenza di avvenimenti che da un lato ha sfiorato il vaudeville con i suoi imbarazzanti ribaltamenti di situazione, dall’altro hanno sfiorato il dramma economico con lo spread schizzato ad oltre 350 punti. 

Ecco, in una sequenza assai esplicativa, i punti del cambiamento che ci siamo appuntati, mentre i giorni scorrevano inesorabili come granelli nella clessidra.

  1. L’articolo 92 della Costituzione sostiene che “Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i Ministri”. Tutto cambiato: il presidente del Consiglio lo hanno scelto i partiti mentre tentavano di formare un governo. Solo al termine del tentativo hanno informato il presidente della Repubblica del nome e del cognome, tenuti fino allora rigorosamente segreti, suggerendogli di nominarlo.
  2. Il programma di governo, realizzato sotto forma di contratto, è stato approvato non dal Parlamento, come si suol fare in una Repubblica parlamentare come pensavamo fosse la nostra, ma dal voto popolare, come una qualsiasi Repubblica popolare quale rischiamo di diventare.
  3. Il Contratto è stato firmato davanti ad un notaio prima che il futuro presidente del Consiglio fosse stato scelto e ne avesse contezza.
  4. Il Premier scelto è non politico, ma diventa necessariamente politico, come è stato assicurato, anche se non è stato eletto da nessuno, fosse sconosciuto ai più e quindi privo comunque di legittimità popolare, neppure da quella convocata con i referendum on line o con i gazebo fatti per approvare il contratto, non il futuro presidente del Consiglio
  5. Si è scelto un presidente del Consiglio non eletto, che a molti appare come il vice dei suoi vice, e sono stati inseriti sette ministri tecnici mentre, al tempo stesso, si criticano i critici di Bruxelles accusati di non essere stati eletti.
  6. E’ stato creato un organo non previsto dalla Costituzione, nè dalla prassi, un “Comitato di Conciliazione” di cui si sente il bisogno prima ancora di cominciare.
  7. Non è stato chiaro per quale motivo il presidente Mattarella non ha dato un preincarico al centrodestra che provasse a trovare una maggioranza, pur essendo in minoranza, come fece la Democrazia Cristiana in varie occasioni. Qualcuno ha sussurrato che non lo ha fatto per antipatia nei confronti di Salvini. In realtà è riuscito, certamente senza volerlo, a spaccare il Centrodestra e ritrovarsi Salvini alleato per contratto con il Movimento 5stelle. Bel colpo.

Nel momento più difficile di questi lunghissimi tre mesi i “contendenti” si erano incartati in modo tale che nessuno poteva accettare di fare un passo indietro perché equivaleva ad ammettere una sconfitta, per il proprio ruolo e per il proprio orgoglio. Se, infatti, il presidente Mattarella avesse accettato la nomina di Paolo Savona come ministro dell’Economia avrebbe abdicato al ruolo che gli assegna la Costituzione e avrebbe mortificato il ruolo del Quirinale, specie ricordando come Scalfaro, Ciampi e, soprattutto, Napolitano si erano comportati in situazioni analoghe. Se Salvini si fosse piegato escludendo il professor Savona dalla lista dei ministri avrebbe certificato la nascita di un governo “sovranista” che cede non tanto al Quirinale, quanto all’Europa e alla Germania che, vergognosamente, si era espressa con sgradevoli articoli anti italiani nei suoi giornali e nelle sue riviste. Concesso da chi predica che l’Italia sia un paese a sovranità limitata sarebbe stato un vero e proprio autogol.
Così Mattarella, con la motivazione che stava difendendo il risparmio degli italiani, ha di fatto certificato che siamo condizionati dalla speculazione finanziaria e dalle bocciature di rating. A quel punto ha preferito correre il rischio ipotizzato dal sempre lucido e profetico Massimo D’Alema che, una settimana prima, aveva predetto: “Se il Presidente dice no a Savona, rischia di ritrovarsi di nuovo di fronte lo stesso problema dopo le elezioni. Con Salvini che, però, gli metterà sul tavolo una maggioranza dell'80%”.

Più che l’Europa bruxelliana, sono i mercati che devono preoccupare. Ad essi non possiamo opporre alcuna resistenza se solo avvertono, come hanno avvertito, che “i rischi per il profilo di credito sovrano, in particolare attraverso un allentamento di bilancio e un potenziale danno alla fiducia”.
Cercheremo di spiegare, nell’articolo di pagina xx, sezione Economia, le ragioni per le quali i mercati, cioè gli investitori, condizionano il nostro Paese in quanto loro debitore, e in questo l’Europa c’entra relativamente.

Le elezioni, tutte le elezioni, sono uno strumento impareggiabile per misurare la maturità politica di un popolo. Se questo popolo dimostra immaturità, va aiutato a non fare errori spiegando, prima delle elezioni, perché certe cose al momento non si possono fare e non si possono nemmeno proporre perché proponendole senza rendersi conto delle conseguenze si accentua l’immaturità dell’elettore che voterà di pancia e non di testa, e perché dopo, disattendendo la volontà degli elettori si disattende l’articolo 1 della Costituzione(“L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.) e si dà ragione a chi afferma che oggi l’Italia è una repubblica a sovranità limitata.
Proponendo, come è stato fatto nel momento più buio della crisi, un governo senza maggioranza che avrebbe dovuto condurre a nuove elezioni si è di fatto accentuata una crisi politica tramutandola in caos istituzionale, una vera e propria crisi istituzionale per le accuse rivolte da Lega, Cinque Stelle e Fratelli d’Italia nei confronti del presidente Mattarella cui si rimprovera di essersi lasciato condizionare dalle pressioni europee privilegiando queste alla volontà degli italiani. Accusa grave, malgrado il riferimento fatto da Mattarella su una decisione presa “nell’interesse degli italiani”. Accusa ancor più grave per la irresponsabile minaccia di impeachment che avrebbe potuto avere ineludibili ripercussioni nei rapporti tra Italia e il resto d’Europa. A quel punto non ci sarà da decidere se sono vincitori i mercati o la democrazia. Si saprà solo che a perdere siamo tutti noi. E quando, nel pomeriggio del 29 maggio, si sono visti i corazzieri, davanti a quella porta che ci si attendeva si riaprisse da un momento all’altro, dileguarsi in silenzio lasciandola sguarnita perché nulla sarebbe successo, ci si è accorti del vuoto nel quale eravamo precipitati.

Per uscire dal cul de sac, dalla situazione surreale di un governo del Presidente senza fiducia, nato per morire, con linea politica opposta a quella della maggioranza presente in Parlamento, servivano ampi passi indietro, da parte di tutti. Ma dopo la rottura tra Mattarella e il binomio Di Maio-Salvini nessuno sembrava in grado di farli per l’ostinazione frutto della cultura del non voler ammettere i propri errori, con il presidente Mattarella, che a volte dà l’impressione di non essersi accorto che l’Italia è cambiata.
E invece ecco, inattesa, l’ultima giravolta con Di Maio che in ventiquattro ore è passato dalla modalità impeachment a quella di pompiere, e con Mattarella che si è convinto, finalmente, che si sarebbe ritrovato davanti, già a luglio, gli stessi partiti cui non aveva permesso di iniziare a governare, con una percentuale di voti anche maggiore divenendo lui il responsabile del caos istituzionale cui stavamo per andare incontro. E’ prevalsa, alla buon ora, la ragion di Stato. E così da una situazione in cui sembrava che avrebbero perso tutti ci si è ritrovati, in poche ore, nella condizione che hanno vinto un po’ tutti, pur perdendo un po’ tutti.
Ora abbiamo un Governo e i Governi si giudicano per i risultati che raggiungono, non per i programmi della loro campagna elettorale. E’ il Governo di tutti. Auguriamoci che, una volta entrato nella stanza dei bottoni, sia così saggio da distinguere quelli che può schiacciare da quelli che è meglio evitare di farlo per scongiurare che il condominio nel quale ci ritroviamo, per le ragioni esposte a pagina 30, ci si rivolti contro, volenti o nolenti, il mercato prevalendo sulla democrazia.
Salvatore Indelicato

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