La Gran Bretagna è uscita dall’Unione Europea

Abbiamo vissuto, forse senza rendercene conto, un’altra giornata storica, di quelle che finiscono sui libri di testo. Per la prima volta uno Stato membro dell’Unione Europea, la Gran Bretagna, “Land of hope and glory”, ha deciso di lasciare l’Unione e proseguire da sola. I favorevoli al Brexit hanno parlato di “Giorno dell’Indipendenza”, i contrari di “Giorno del Giudizio”. Il modo con cui l’ha fatto, le motivazioni che hanno portato a quella scelta e le conseguenze che ne sono scaturite sono materia di approfondita riflessione. La decisione è frutto della volontà di un popolo messo nelle condizioni di scegliere il suo destino e che ha risposto con una partecipazione che, nei numeri (oltre l’83% degli elettori ha votato nei 382 collegi) ne ha mostrato la consapevolezza del dovere morale di esprimersi per una questione così importante. Da non dimenticare che si è votato in un giorno feriale: il 23 giugno era giovedì! Senza contare che in Gran Bretagna non c’è stato l’euro… Di grande spessore morale il comportamento del Primo Ministro David Cameron che, poche ore dopo l’esito del voto, nel suo primo discorso, con a fianco sua moglie, ha ribadito il dovere di rispettare la volontà della maggioranza dei sudditi del Regno Unito e il suo dovere personale di dimettersi, lui che si era appassionatamente battuto per rimanere nell’Unione Europea. Lascia la guida di quella antica e nobile Nazione ad un rappresentante della volontà di uscirne cui affidare i negoziati con l’Unione Europea per l’uscita. “Non sarò più io il capitano”. Vengono in mente i tanti referendum italiani brillantemente disattesi da una truffaldina classe politica che li ha narcotizzati con spudorate decisioni opposte alla scelta che avevamo fatto. Sulle motivazione che hanno portato alla vittoria i fautori della Brexit, seppur con il minimo scarto, 52 a 48%, i maggiori commentatori hanno indicato il problema dell’immigrazione. Il Financial Times ha titolato “Sad Cameron blames Brexit on EU migration failure” dove colpisce il sad, triste, riferito a Cameron. Ma il discorso va allargato a tutta Europa. Così come si è mostrata di essere, l’Unione Europea ha creato disaffezione, profonda, “ripiegata sui problemi della finanza e dei conti pubblici”, come ha detto il presidente Mattarella. Il risultato è che la maggioranza dei suoi “sudditi” non si sente europea perché non le è stata garantita la soddisfazione di quei bisogni elementari di cui sente di aver bisogno: sicurezza, giustizia, occupazione, crescita. E non è tutta e sola colpa dei cosiddetti “burocrati di Bruxelles”, dinosauri eurocrati, interessati più al diametro delle vongole che ci è concesso pescare (25 o 22 mm?), ma anche e soprattutto dall’egoismo degli Stati che vanificano il nome “Unione” visto che continuano a pensare più ai loro interessi che all’interesse comune. Basti pensare ai solo 700 rifugiati che hanno lasciato il nostro Paese a fronte dei 40 mila che l’Unione Europea aveva indicato nella ridistribuzione degli stessi. Dove è l’Unione? Il 29 giugno il Daily Express ha chiaramente titolato “Brexit vote is EU’s fault”. Per non parlare dell’egoismo della Nazione dominante che ha impedito, con le politiche di austerità imposte, la crescita economica di tanti Stati che continui salassi hanno portato allo sfinimento. E’ il risultato provocato da persone arroganti, autoritarie, insensibili che hanno distrutto l’ideale europeo che avevamo da giovani, affascinati da personaggi come Schuman, Adenauer e De Gasperi che ben altro avevano in mente. Poi sono arrivati personaggi come Juncker che, pochi giorni prima del referendum britannico, con arroganza ha dichiarato che anche se il Brexit fallisse nessun’altra concessione sarebbe stata fatta alla Gran Bretagna. Contribuendo a che la Gran Bretagna rispondesse: “leave”. E subito dopo ha insistito: “Il divorzio tra l’Unione europea e la Gran Bretagna non sarà consensuale” avvertendo che sarà il più doloroso possibile. Certo non per lui. E finalmente durante una seduta, ad un rappresentante inglese che applaudiva un intervento, sprezzante, in perfetto inglese, ha sentenziato: “E’ l’ultima volta che lei applaude qui. Avete preso una decisione, e ora ne accettate le conseguenze”. Amen. Poi c’è la barzelletta del presidente della Commissione per gli Affari costituzionali, Danuta Hübner, polacca: ha prontamente reagito al Brexit affermando che con l’uscita del Regno Unito dall’Ue l’inglese potrebbe perdere il suo status di lingua ufficiale. Le altre due nazioni europee dove si parla inglese hanno a suo tempo scelto il gaelico, l’Eire, e il maltese Malta... Impariamo di corsa il tedesco! Naturalmente chiamare il popolo ad esprimersi su argomenti su cui ha scarsa competenza, soprattutto sulle conseguenze, è assai pericoloso perché si rischia che il voto sia più di pancia che di testa ed è forse questo il maggior rimprovero che si può rivolgere a Cameron che già aveva ottenuto, due anni fa, condizioni straordinarie e vantaggiose per il suo paese e che ha sottovalutato, per mere ragioni elettorali, il pericolo di un risultato negativo e i rischi che avrebbe comportato. Qualcuno dovrebbe riflettere e imparare. I rischi sono nelle conseguenze che la decisione britannica produrrà, con l’effetto domino che può indurre provocando un vero e proprio tsunami. L’Olanda ha già chiesto un referendum analogo, le si sta accodando l’Austria, dove si dovrà ripetere il ballottaggio per brogli elettorali con la possibile vittoria dell’estrema destra e una possibile Auxit. Ed è possibile che anche in altri paesi dell’Unione, là dove sono aumentati i movimenti di euroscettici, si tenti qualcosa di simile. Senza sottovalutare i pesanti rischi finanziari che sicuramente riguarderanno i paesi ad alto debito pubblico e con difficoltà nel sistema bancario. Serve calma e saggezza. Serve riportare in primo piano gli ideali del “Manifesto di Ventotene” (vedi pag. 46) e fare della Brexit una opportunità per cambiare rotta dando più valore all’economia reale e allo sviluppo e meno al modello tedesco che, forte della sua poca disoccupazione e del suo molto export, (220 miliardi di euro, autentico killer dell’Europa), ha preteso le austerità che hanno germinato il disamore verso una istituzione che sarebbe delittuoso abbandonare. Serve ricostruire l’Unione Europea secondo i valori e i principi per cui è stata creata, Europa dei popoli, delle loro anime, delle loro identità, altrimenti la sua disgregazione, la “disgregazione dei crociati” come l’ha definita l’Isis, sarà inevitabile. Serve che certi signori smettano di fare i politici e diventino statisti. Se ne sono capaci.

Salvatore Indelicato


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