Fine del mondo o fine di un mondo?

Da quando l’uomo è uscito dalle caverne ed ha cominciato a raggrupparsi in comunità sviluppando il senso di Stato, due sono stati i punti irrinunciabili sui quali, progredendo, ha costruito le sue comunità: farsi le leggi, le sue leggi, e controllare il territorio, il suo territorio, evitando che altri vi penetrassero sottomettendo chi vi risiedeva. Valeva così per la tribù, per la città, per l’insieme di città che chiamò nazione, per l’insieme di nazioni che chiamò impero. E così nei secoli si parlò di sovranità dello Stato e di difesa dei suoi confini. Poi arrivarono gli ideologi della globalizzazione. L’idea non era male. Tutto grazie allo sviluppo tecnologico che con gli aerei ci porta in poche ore in cima al mondo e all’informatica che in pochi secondi ci permette di trasferire fondi dall’altra parte del pianeta consentendo di vendere i torroncini fatti a Belpasso, provincia di Catania, al signore che abita a Perth in Australia. E allora, grazie alle opportunità che lo sviluppo ci ha regalato, perché non mettere tutto in comune eliminando ogni impedimento che le distanze e le differenti leggi avevano frapposto al nostro modo di vivere? E globalizzazione fu. Niente più regole economiche tarate sulle esigenze dei singoli Stati, libera circolazione senza distinzione tra buoni e cattivi. L’utopia è sempre la stessa: portare tutti gli uomini, e tutti i popoli allo stesso livello. Tutto molto bello, troppo bello. Ma… Ma c’è sempre il fattore umano che dimentichiamo di considerare quando sogniamo un utopico villaggio globale che vorremmo come una Gerusalemme celeste ma totalmente, rigorosamente laica. Una Gerusalemme laica che tuttavia ha preteso incautamente di annullare l’identità dei popoli, le loro radici e quindi il senso di appartenenza dei propri cittadini alla propria comunità. Gli uomini e i popoli non sono tutti uguali. Non lo sono per diversa posizione geografica, diversa religione, diverse usanze. La parabola dei talenti non ci ha insegnato nulla. I popoli hanno culture e mentalità differenti e non possono riuscire a “correre” allo stesso ritmo. Non si possono far coabitare cicale e formiche senza modificare geneticamente, ad entrambe, la loro natura. In aggiunta la natura umana, oltre ad essere programmata con la convinzione di essere, ciascuno di noi, nel giusto, conserva ciò che ci caratterizza da quando stavamo nelle caverne: i latini lo espressero nella frase “homo homini lupus” che Thomas Hobbes, nel XVII secolo, pose alla base della sua filosofia. La natura umana è sostanzialmente competitiva ed egoista. Così chi sa correre più veloce distanzia chi è più lento e la nazione più capace di correre lascia indietro, sempre più indietro, quella che non sa farlo. E non resiste alla tentazione di farlo, anzi, sotto sotto, ci gode. Così è la Germania a imporsi in Europa, perché è la più forte, ha i conti in ordine, una produttività elevata e coltiva da sempre un culto egemonico che la porta a desiderare di sottomettere gli altri popoli. Non c’è riuscita con le SS, ci sta riuscendo con l’economia, imponendo ai paesi della Ue la propria ideologia economica, basata sull’austerità, che per più deboli non ha prodotto più crescita, ma maggiore debito e maggiore disoccupazione, mentre lei si sta arricchendo. Nel 2016 risulta il Paese col più alto avanzo delle partite correnti al mondo, con un surplus di quasi 300 miliardi di dollari pari all’8,6% del Pil e quindi in aperta violazione al 6% previsto dalle regole Ue. Superata anche la Cina, seconda in classifica con 245. Gli Stati Uniti, per fare il paragone, hanno un deficit di 478 miliardi di dollari, il più alto al mondo. E così è il capitale finanziario, ben rappresentato dal Gordon Gekko del film ”Wall Street”, quello del “denaro che non dorme mai”, a decidere dove conviene spostare le risorse finanziarie rovinando famiglie, aziende, intere nazioni. Si cavalca la finanza rovinando l’economia, come ha fatto la Deutsche Bank, responsabile per le emissioni “tossiche” di mutui subprime per 7.2 miliardi a spese di chi le sottoscrisse. Il libero mercato senza regole comuni non è più la promettente globalizzazione che ritenevamo di cavalcare, è anarchia che permette alle grandi multinazionali di andare a pagare le tasse nel Lussemburgo di Junker che fa dumping sulla tassazione, impoverendo le nazioni dove le stesse multinazionali vendono i loro prodotti senza pagarvi tasse sui loro profitti. E così le buone cose e i meriti della globalizzazione (secondo le statistiche della Banca mondiale ogni giorno 250.000 esseri umani escono dall’estrema povertà, grazie all’aborrito capitalismo che offre loro lavoro e salario) vengono neutralizzate da quella sorta di mancanza di regole che ha fatto, ancora una volta, prevalere il più forte. Ci sarà pure una ragione per la quale oggi il principale propugnatore della globalizzazione e del mercato aperto è la Cina comunista, che è 144esima nella classifica sulla libertà economica compilata annualmente dalla Heritage Foundation ma che, nello stesso tempo, è divenuta pragmaticamente capitalista, giacché può liberamente vendere i suoi prodotti in tutto il mondo lucrando sui suoi ridotti costi di produzione e tesaurizzando le sue risorse acquistando dollari americani e usando la minaccia di riversarli sul mercato come arma di distruzione economica di massa. E’ allora comprensibile come mezzo mondo, quello che la globalizzazione ha favorito, si sia traumatizzato all’arrivo, sul palcoscenico del nostro pianeta, di un personaggio dagli atteggiamenti e dal dialogare imbarazzante, ma che potrebbe fungere da portatore, più o meno sano, di una autentica rivoluzione. Trump è infatti fautore del ripristino di quei due punti irrinunciabili che per millenni hanno fissato le regole di questo mondo: sovranità del singolo Stato, chiamatelo se volete protezionismo, e difesa dei suoi confini. Naturalmente anche nel protezionismo ci sono le controindicazioni se lo si cavalca in maniera scriteriata, cosa che ci si augura Trump non faccia, mentre notevoli sono i vantaggi offerti dal libero mercato, se usato bene. La morale è che non c’è la ricetta perfetta, ma sta alla saggezza dei politici sfruttarne il meglio. Non per niente Franz Liszt, un musicista, sosteneva che “La politica è la scienza dell’opportunismo e l’arte del compromesso”. Non resta che augurarsi che Donald Trump dia retta ai suoi più stretti collaboratori (Pence, Mattis, Pompeo, Tillerson), che gli potranno indicare una rotta sicura e. Non resta che augurarsi che non si lasci trasportare dal suo narcisismo, dal quel naturale istinto di imbonitore televisivo che lo porta a commettere stupidaggini autolesioniste proprie di quei regimi autoritari che i suoi detrattori giustamente denunciano nei suoi confronti. Cerchi piuttosto, pragmaticamente, di assomigliare di più al suo predecessore Ronald Reagan. Solo così, tra una decina d’anni, sapremo se oggi stiamo assistendo non alla fine del mondo ma alla fine di un certo mondo.

Salvatore Indelicato


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