Natale sempre più laico, con tanta nostalgia di com'era

E' di nuovo Natale. Sempre più una festa trasformata in occasione commerciale, uno spazio vuoto di contenuti dove lo scambio di auguri ha fatto dimenticare perché ce li scambiamo, questi auguri. E' diventata, da tempo, la festa di babbo natale, con le minuscole, anziché la memoria di un evento accaduto a Betlemme più di duemila anni fa. Uno straordinario evento che ha cambiato la storia e che ha determinato la nostra civiltà anche se si fa di tutto per farcelo dimenticare. Stiamo infatti, progressivamente, nascondendo ogni riferimento religioso alla festa, a cominciare dal presepe, con la scusa puerile che non dobbiamo mancare di rispetto per chi in quella mangiatoia non ci vede niente di divino. Con questa scusa, inconsapevolmente, stiamo confermando la morte di "dio" e il trionfo del nostro io terreno. Così lo scambio dei regali, l'incontro con i familiari hanno perso il significato della gioia reciproca, corroborata dagli auguri, per ricordare che questo giorno celebra "l'irruzione di Dio nel mondo", qualcosa connesso alla nostra vita non solo terrena, perché quel giorno di oltre duemila anni fa il Creatore "per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo, e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo", come recita il nostro Credo. E la gioia e gli auguri che reciprocamente ci facciamo sono relativi a quella frase, "per la nostra salvezza", che fa felici noi individualmente e le persone che ci sono care, i familiari, gli amici cui auguriamo altrettanta gioia. Da anni, tuttavia, è iniziata un'opera di progressiva laicizzazione del Natale. Il mondo mostra di essere più interessato alla salvezza dell'economia che all'economia della salvezza. Ancora una volta colpisce la lucidità con cui papa Benedetto XIII, quand'era ancora cardinale, intravvide ed espresse in una omelia pronunciata a Monaco di Baviera la notte di Natale del 1978, omelia che dovremmo rileggere e meditare. "Oggi nella cristianità questi dogmi non contano più molto. Ci sembrano troppo grandi e troppo remoti per poter influenzare la nostra vita. E ignorarli o non prenderli troppo in considerazione, facendo del figlio di Dio più o meno il suo rappresentante, sembra essere quasi una specie di "trasgressione perdonabile" per i cristiani. Si adduce il pretesto che tutti questi concetti sono talmente lontani da noi che non riusciremmo mai a tradurli in parole in modo convincente e in fondo neppure a comprenderli. Inoltre ci siamo fatti un'idea tale della tolleranza e del pluralismo, che credere che la verità si sia effettivamente manifestata sembra essere nientemeno che una violazione della tolleranza. Però, se pensiamo in questo modo, cancelliamo la verità, facciamo dell'uomo un essere a cui è definitivamente precluso il vero e costringiamo noi stessi e il mondo ad aderire a un vuoto relativismo. Non riconosciamo quello che di salvifico c'è nel Natale, che esso cioè dà la luce, che si è manifestata e che si è rivelata a noi la via, che è veramente via perché è la verità. Se non riconosciamo che Dio si è fatto uomo non possiamo veramente festeggiare e custodire nel nostro cuore il Natale, con la sua gioia grande che s' irradia oltre noi stessi. Se questo fatto viene ignorato, molte cose possono funzionare anche a lungo, ma in realtà la Chiesa comincia a spegnersi, a partire dal suo cuore. E finirà per essere disprezzata e calpestata dagli uomini, proprio nel momento in cui crederà di essere diventata per essi accettabile". Accanto alla laicizzazione commerciale del Natale si accompagna, quasi a conferma, la sua desacralizzazione. Si dice: il fatto non è mai avvenuto, e se è avvenuto non è certo avvenuto il 25 dicembre. In realtà quegli imbroglioni che hanno inventato il cristianesimo hanno solo trasformato una festa pagana, quella del Solis Invicti, nel Natale del Cristo bambino. E' vero, duemila e rotti anni fa si celebrava la festa del Solis Invicti nel giorno del solstizio d'inverno, festeggiando la nascita del nuovo corso solare. Ed è scontato l'abbinamento alla nascita del nuovo sole dell'umanità, il Cristo Gesù. Peccato, per chi nega, che le cose andarono proprio così, come confermano le scoperte ormai acquisite da anni. Nel Vangelo di Luca si dice che l'Annunciazione a Maria avvenne sei mesi dopo il concepimento di Giovanni Battista da parte di Elisabetta e che questo è avvenuto mentre suo marito, Zaccaria, prestava servizio liturgico presso il Tempio di Gerusalemme. Zaccaria apparteneva ad una delle 24 classi di sacerdoti che officiavano a turno due volte all'anno, per una settimana. La sua classe, chiamata Abia, era l'ottava. Orbene, tra i documenti rinvenuti a Qumran ce n'è uno, chiamato Libro dei Giubilei, in cui sono indicate le date in cui le varie classi sacerdotali officiavano nel Tempio. La classe Abia officiava tra il 23 e il 30 settembre. Il 23 settembre, infatti, le chiese bizantine festeggiano Giovanni Battista. Pertanto, se l'Annunciazione avvenne sei mesi dopo il concepimento di Giovanni Battista, essa può essere posizionata temporalmente tra il 23 e il 30 di marzo. E nove mesi dopo è Natale. La data precisa non è importante, ma unendo i puntini di queste date ce n'è abbastanza per credere che la nascita di Cristo non è un mito ma un fatto storico. Quello che è antistorico è celebrarlo, oggi, come avulso dalla tradizione cristiana, con luci colorate, palloncini, berretti rossi da babbi natale, senza più attingere a quella ininterrotta memoria che, dalle prime comunità cristiane, ci tramanda quel fatto come vero. Ma soprattutto senza più riconoscere la ricaduta che quel fatto ha avuto in ciascuno di noi, l'incarnazione "per noi uomini e per la nostra salvezza". C'è voglia di tornare bambini quando guardavamo con occhi incantati il presepe che mamma allestiva in salotto sul comò e che ci è rimasto nel cuore, malgrado la stessa Chiesa ce lo sta allontanando. Un anno fa il vescovo di Padova ammise che "se fosse necessario per mantenere la tranquillità e le relazioni fraterne tra di noi io non avrei paura a fare marcia indietro su tante nostre tradizioni". Bravo! Quindi niente vacanze e concerti di Natale ma poco suggestivi vacanze e concerti d'inverno. In soffitta "Tu scendi dalle stelle" e benvenuto allo spirito del tempo, quello che ci sta conducendo alla negazione del passato, la forma più abietta di nichilismo. Si, c'è voglia di tornare bambini e, con l'innocenza che allora avevamo, augurare a tutti, come facevamo allora e come desideriamo fare ancora, "Buon Natale!".

Salvatore Indelicato


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