Ripristinare la Grande Russia, la missione di Putin

A tutti quelli che, a torto, si definiscono pacifisti facciamo rispettosamente presente che non è da parte loro corretto citare solamente le tre parole e i due articoli dell’articolo 11 della Costituzione più bella del mondo, e cioè “L’Italia ripudia la guerra”. Onestà vuole, ammesso che ci sia, che si legga tutto l’articolo. Perché è vero, l’Italia e noi tutti ripudiamo la guerra ma, aggiunge l’art.11, “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Il ripudio è quindi esplicitamente alla guerra offensiva, così da ammetterla implicitamente in caso di guerra difensiva. E non fa male neppure ricordare quanto sosteneva san Francesco: “I cristiani giustamente attaccano voi e la terra che avete occupato, perché bestemmiate il nome di Cristo e allontanate dal suo culto quelli che potete”.

Ora si può risalire al “chi è senza peccato scagli la prima pietra” e, partendo da Caino ricordare tutti gli episodi dove potrebbe risuonare la voce di Dio “dov’è tuo fratello”. Ma sarebbe inutile.

Oggi dobbiamo solo pensare al fatto che il 24 febbraio scorso qualcuno, dopo aver macellato i ceceni di Grozny, assalito la Georgia sovrana, e presosi, a ragione o a torto non importa, la Crimea ha ritenuto legittimo ordinare al suo esercito di invadere uno stato sovrano, in spregio ad accordi internazionalmente riconosciuti. Non siamo quindi in presenza di una guerra scaturita da “controversie internazionali”, ma di difendere un paese aggredito, che sta morendo, da un aggressore che, secondo trattati internazionali, non doveva invadere uno Stato sovrano. C’è una bella differenza che ci porta ad agire di conseguenza, indipendentemente da quanto è avvenuto, dieci, cento, mille anni fa. Altrimenti non si va da nessuna parte e continueremo ad assistere, dalle nostre poltrone, alle stragi nel Ruanda, nello Yemen, in Etiopia e a tutte le altre, pare siano oggi una sessantina, finché non toccherà a noi.

Cosa possiamo fare? E’ chiaro che con le marce non violente, con le dichiarazioni di abolizione della guerra, con le invocazioni a fermarsi e con gli inviti al negoziato quando nessuno dei contendenti si dichiara disponibile a farlo non si va da nessuna parte. Si è nell’utopia mentre là fuori incombe la realtà delle bombe e delle stragi.

Una cosa deve essere chiara. La guerra tra Russia e Ucraina è, in piccolo, la guerra tra Oriente e Occidente vagheggiata nel Russkiy Mir (mondo russo), la dottrina politica proposta da Putin nel 2007 quando escluse ogni possibilità di cooperazione e di integrazione con l’Occidente.

La civiltà del Russkiy Mir pretende, nel disprezzo dell’Occidente corruttore, l’esistenza di un’unica comunità etnica, linguistica e religiosa cui appartengano tutti i popoli slavi, accomunati e benedetti dalla religione ortodossa, che ne diventa il braccio spirituale

Solo così si comprende l’affermazione, come abbiamo sentito in questi giorni, che agli ucraini non si riconosce alcuna dignità di popolo non avendo diritto di esistere. Affermazione che viene smentita quando ci sono uomini pronti a sacrificare la vita per il loro Paese. Solo così ci si può rendere conto delle mire ulteriori che si possono avere nei confronti di altri Stati con minoranze russofone.

Analogamente la Chiesa Ortodossa Russa costituisce uno dei pilastri politici della Russia putiniana e il patriarca Kirill predica la dottrina del “mondo russo”, nel mito di Mosca come Terza Roma, in antitesi con la Chiesa di Roma, e vede in Putin l’alfiere di questo escatologico progetto in cui trono e altare sono due facce della stessa medaglia, come avveniva a Bisanzio. Erano fianco a fianco, Putin e Kirill all’inaugurazione, il 14 giugno di due anni fa, della Cattedrale delle Forze armate russe. Kirill, un personaggio che ha giustificato l’invasione dell’Ucraina attribuendole il ruolo di Guerra Santa, dove i russi sono intervenuti per cacciare Satana!

L’obiettivo è quindi quello di riportare il confine russo a quello della Russia imperiale comprendente le regioni (oblast) di Donetsk, Lugansk, Kharkiv, Dnipro, Zaporizhia, Kherson, Mikolaiv e Odessa, fino alla Transnistria moldava, il territorio che si chiamava “Novorossiya, Nuova Russia, conquistata dall'Impero russo alla fine del XVIII secolo, così come adesso la vogliono rinominare. Un Impero russo 2.0 se vi può piacere.

E che cos’è tutto questo? Secondo la definizione data dalle Nazioni Unite del 1948 “L’intenzione di distruggere in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso” è la definizione di genocidio.

E allora bisogna schierarsi, o con l’aggressore o con l’aggredito, qualunque sia la colpa dell’uno o dell’altro. Se ti schieri con l’aggressore assisti indifferente al massacro cui vanno incontro gli esseri umani che hanno scelto di “combattere fino all’ultimo ucraino” e che l’aggredito definisce a turno mosche o moscerini. Almeno finchè l’aggressore non è soddisfatto di quanto conquistato.

Ma se ti schieri con l’aggredito, e non vuoi andare a combattere al suo fianco, come succedeva in passato (fino a Churchill contro Hitler) e come non può succedere oggi volendo evitare la terza guerra mondiale che sarà nucleare, non ci resta che aiutarlo.

Come? Persino il cardinale Parolin lo ha ammesso sostenendo che “la ricerca di una soluzione negoziata che metta a tacere le armi e prevenga un’escalation nucleare, resta la priorità” e “l’uso delle armi non è mai desiderabile in quanto comporta sempre un rischio molto alto di togliere la vita alle persone o di causare danni materiali”, ma che “il diritto a difendere la propria vita, il proprio popolo e la propria patria comporta talvolta anche il triste ricorso alle armi”. Così come è consentita l’extrema ratio della legittima difesa al padre che con le armi difende la sua famiglia, a casa sua, dall’aggressore armato. Poi il cardinale si è contraddetto sostenendo che nessuno deve mandarle quelle armi, anche se “gli aiuti militari all’Ucraina possono essere comprensibili”, senza però specificare come si possa esercitare quell’extrema ratio se non si hanno armi.

Al tempo del conflitto etnico nei Balcani Giovanni Paolo II si espresse con ancor maggiore incisività: “L’intervento umanitario nelle situazioni che compromettono gravemente la sopravvivenza di popoli e di interi gruppi etnici è un dovere per le nazioni e la comunità internazionale”.

Un dovere! Visto che l’arma delle sanzioni, come è sempre accaduto, non è pienamente efficace, chi oggi contesta l’invio di armi, difensive od offensive non importa, per la sopravvivenza del popolo ucraino contravviene al suo dovere.

E se non vuoi fare neppure la guerra per procura fornendo le armi non ti resta che l’arma delle sanzioni. Quelle vere. L’embargo di gas e petrolio. Sei disposto a sopportarne i costi? O rispondi no a tutto in nome di un utopico pacifismo?

Durante la pandemia abbiamo sacrificato alcuni diritti della nostra libertà. Perché non dovremmo, a maggior ragione, sacrificare la nostra convenienza economica per la sopravvivenza di tanti nostri fratelli oggi e per la nostra, forse, domani?

Perché se non si agisce subito si rafforza la visione putiniana dell’Occidente che il britannico Guardian ha ben rappresentato sostenendo che, in quella visione, l’Occidente appare come un’entità “molle, flaccida, morente e decadente, incapace non solo di combattere con virilità un conflitto bellico ma anche di sopportare una qualsiasi forma di sacrificio economico”.

Se questo è il pensiero putiniano e noi lo suffraghiamo con un astratto pacifismo, dopo Cecenia, Georgia, Crimea e Ucraina quali saranno i suoi passi successivi?

Salvatore Indelicato

CONSULTAZIONE
EDIZIONI

ULTIMO NUMERO - MAGGIO

APRILE

MARZO

GENNAIO-FEBBRAIO


Tutti gli anni


ANNO 2021

ANNO 2020

ANNO 2019

ANNO 2018

ANNO 2017

ANNO 2016

ANNO 2015

ANNO 2014

ANNO 2013

ANNO 2012